martedì 20 maggio 2008

La Cina ora è più vicina?

Il terremoto che ha devastato la Cina è stato potentissimo. Ad oggi il bilancio dei morti supera le 70.000 persone. Se non fossero cinesi, sarebbe una notizia sconvolgente ma, si sa, con loro si tende a ignorare i grandi numeri.

Il Sichuan regione importante storicamente e politicamente è devastato (è questa la terra della brechtiana "anima buona"?). Nel Sichuan vengono mandati a rieducarsi i giovani di città durante la Rivoluzione Culturale e la durezza della vita di campagna di allora non deve essere molto diversa da quella di oggi (una bella lettura in proposito potrebbe essere Cigni Selvatici. Tre figlie della Cina, di Chang Jung).

Tra le molte immagini che giungono in Occidente alcune colpiscono più di altre e sono quelle della disperazione gridata, urlata, sono i capelli strappati, le lacrime asciutte del pianto dei sopravvissuti.
Della Cina e dell'Oriente ci siamo fatti un'immagine di serena rassegnazione o comunque dell'incapacità di mostrare sentimenti in pubblico: il famoso sorriso imbarazzato che colpisce soprattutto noi mediterranei. Quando si salutano infatti non si toccano, ma rispettosamente chinano il capo. Noi ci stringiamo le mani o peggio ci baciamo sulle guance.
Invece in questi giorni, il circo mediatico globale ci mostra il dolore, pubblico ed evidente.

La Cina ieri si è fermata per alcuni minuti per commemorare le vittime. Le cronache dicono di un miliardo e mezzo di persone ferme, in silenzio, tutte insieme.
Si dice anche che si tratta di un unicum, almeno nella storia recente: le autorità non nascondono la catastrofe ma la mostrano al mondo e la condividono.
Oggi forse davvero la Cina è più vicina: noi, spettatori globali, ci aspettavamo le urla e i pianti e li abbiamo avuti.
Anche loro sono un po' più come noi, se questo è un bene. Di certo, sa di omologazione (ma forse dipende dalla nostra misconoscenza della ieraticità asiatica).

Uguali a noi, che del dolore e della sua rappresentazione mediatica abbiamo fatto una bandiera: si va ai funerali di casi di cronaca o di personaggi famosi a piangere e battere le mani; si fanno i minuti di silenzio allo stadio (battendo le mani); per non parlare di teledolore, la tv del dolore.
Siamo noi allora i globalizzatori, gli esportatori di stili di vita.

Intanto mandiamo un pensiero alle vittime cinesi, nel centenario infausto del terremoto di Messina.
E pensiamo anche al "potenziale politico delle catastrofi", di cui parla Ulrich Beck: forse anche il terremoto cinese potrebbe essere davvero l'occasione per un mutamento profondo del paese più importante del mondo. Come lo fu Bhopal in India o Chernobyl in URSS.

mercoledì 16 aprile 2008

Sbronza post-elettorale

Nel mare di considerazioni che seguono il voto, nel brio dei popolani libertari, nello smarrimento dei veltronisti e nell'indifferenza dei tronisti, un vago senso di quiete sembra mettere d'accordo molti, anche se non tutti. Ici o non ici, pontesullostretto o meno, pare evidente che i telegiornali della sera dimenticheranno il carosello di dichiarazioni in 5 secondi dei leader di formazioni che rappresentavano poco più di se stesse.

Che l'esito del voto non sia così inatteso, lo spiega bene Ilvo Diamanti su Repubblica di oggi.
Che la strategia leghista del 'padroni a casa nostra' dia evidenti risultati, è noto agli studiosi di moschee, ed io e Michele lo abbiamo visto chiaramente nell'analisi della vicenda del centro culturale islamico di Magenta.
Che la sinistra radicale sia stata ritenuta dagli elettori la causa delle turbolenze del governo Prodi, lo possiamo dire con una vignetta di ElleKappa: 'Dispiace che la Sinistra Arcobaleno sia scomparsa'. 'E non sia qui a godersi il frutto del suo lavoro'.

Un parlamento senza De Mita e Mastella è il segnale di una svolta attesa. Le cronache politiche di queste ore ci parlano di un PD con una sua identità precisa che ha fatto piazza pulita della confusione a sinistra, e di un Berlusconi finalmente moderato nei toni. Come sempre, occorre un po' di cautela per cantar vittoria: facciamoci almeno passare la sbronza post-elettorale, per vedere se ci sveglieremo con Mara Carfagna ministro e i 'trombati' eccellenti reinseriti con maquillage in qualche forza politica.

lunedì 14 aprile 2008

Fiduciosa

Pippa Bacca, in veste di sposa, è stata tradita da un destino senza pietà. Nelle ore delle elezioni, con un paese preso dalla politica e dall'antipolitica, arriva una notizia terribile. La "stravagante" artista milanese, come la definiscono i giornali, era partita per un viaggio con i colori e i temi della fiducia e dell'apertura agli altri. E gli altri, l'altro, il prossimo, l'hanno tradita.

Alcune considerazioni

Conoscevo Pippa di vista: stessa scuola, stesso quartiere, stesso ambiente, la pittura milanese e le sue radici negli anni Sessanta. Ma questo l'ho scoperto solo di recente.
In effetti i giornali in questo hanno ragione, era un po' stravagante. Nella città della moda e del "nero Armani", andava in giro vestita di verde. Credeva nell'arte e viveva in mezzo ad essa. Viveva in un mondo il cui tratto essenziale è la paura e faceva un viaggio candidamente in bianco, proclamando fiducia nel prossimo. Anzi, "per dimostrare che dando fiducia" si può ricevere aiuto.
E da Milano è arrivata fino a Instambul, non oltre.

I giornalisti in questi giorni, in genere, hanno avuto il tono della vecchia zia che dice: "Io l'avevo detto". "Pensate, cari spettatori, andava in giro proclamando la fiducia nel prossimo": il tono canzonatorio era evidente. Se un turco balordo è segno di un destino spietato, l'aria di moralismo dei mass media non ha nulla di inevitabile.

Nella teoria del capitale sociale che tanto valore ha nelle scienze sociali, la fiducia è un carattere essenziale. Fiducia è il nome del vincolo che tiene insieme la società nelle sue articolazioni.
Pippa Bacca non lo sapeva ma stava cercando di dimostrare un teorema sociale.
Non credo sia necessario provare le teorie sul proprio corpo. E credo che questa vicenda terribile non dimostri nulla: quella di Pippa continua ad essere l'unica prospettiva possibile, se si spera non in "un futuro migliore", ma in un futuro tout court.

lunedì 7 aprile 2008

Cronaca nera, immigrazione, specialità italiane

Qual è il modello di integrazione dei cittadini di origine straniera del nostro paese? La cronaca nera forse fornisce risposte, amare


Ogni paese europeo ha proprie modalità di integrazione: i modelli più studiati sono quello differenzialista inglese e universalista francese. Ispirati a idee diverse di società, con storie molti diverse, i due modelli hanno storicamente mostrato i loro limiti: dagli attentati della metropolitana di Londra all'esplosione periodica delle Banlieues.
Il modello italiano presenta caratteri diversi: non siamo un paese ex-colonialista, non riceviamo una migrazione monoetnica. Al contrario, gli attuali flussi migratori ricordano di più l'epopea americana che non l'esodo degli algerini in Francia o dei pakistani e indiani in Inghilterra.
La reazione dell'opinione pubblica oscilla ormai patologicamente da anni tra accoglienza e rifiuto. Ancora oggi, in una compagna elettorale con toni insolitamente tranquilli, almeno quattro partiti politici promettono quello che non possono mantenere: la cacciata degli stranieri o lo stop all'immigrazione.

Eppure qualcosa nel frattempo si muove: il modello italiano avanza, bene o male.

Nel paese con i tassi di fertilità più basso d'Europa, anche gli immigrati si stanno adeguando: in sostanza, fanno meno figli rispetto alle medie dei loro connazionali nei paesi d'origine.

Ma ci sono altri fatti, diciamo di cronaca nera, che raccontano della presenza degli stranieri nella nostra società. Mal comune e mezzo gaudio, verrebbe da dire.

Sono almeno due le "specialità italiane" in cui sono coinvolti stranieri nelle cronache recenti: in primo luogo i morti sul lavoro, nei cantieri edili soprattutto, hanno sempre più spesso nomi stranieri (gli odiati rumeni, soprattutto).
Ma è una seconda caratteristica italiana che ancora oggi ci racconta la comunanza di destino tra italiani autoctoni e nuovi cittadini italiani: un mese fa vicino a Roma una giovane adolescente di origine tunisina, andando a buttare la spazzatura sotto casa, veniva investita e uccisa da una giovane donna italiana (che non si fermava a prestarle aiuto).
Poco dopo, sempre vicino alla capitale, ubriachi al volante causavano una carambola di auto che investiva madri e figli in attesa alla fermata dello scuolabus: tragedia nella tragedia, quella dell'uomo rumeno che perde moglie e figlia.
Ieri nel centro di Torino, un giovane salvadoregno viene investito da un altro pirata (o una pirata): muore, l'investitore fugge.

Il comune destino, non sarà la comunità di sangue, cui si appellano i neo-nazionalismi, ma ci lega, indissolubilmente.

martedì 19 febbraio 2008

Perdere la testa. Il cappello tra moda e follia

'Perdere la testa' è il titolo della mostra che si terrà ad Alessandria dal 24 febbraio al 4 maggio 2008 presso il Museo del Cappello Borsalino. La mostra, dedicata all'iconografia del cappello e della moda nella collezione di arte Outsider dell'Atelier di Pittura Adriano e Michele di san Colombano, indaga il rapporto tra cappello e follia attraverso le opere degli autori che lavorano all'interno dell'ospedale psichiatrico Fatebenefratelli di San Colombano.

Presentazione della mostra sabato 23 febbraio, ore 17.30
Saluti introduttivi di Piercarlo Fabbio (Sindaco di Alessandria), Paolo Bonadeo (Assessore alla Cultura e al Turismo), Roberto Gallo (Presidente Fondazione Borsalino).
Interventi di Elisa Fulco (curatrice della mostra, Fondazione Borsalino), Giovanni Foresti (psichiatra e direttore Fatebenefratelli, San Colombano), Teresa Maranzano (responsabile dell'Atelier di Pittura Adriano e Michele), Marco Pedroni (sociologo, Modacult, Università Cattolica di Milano).

Moda, identità e follia. Il ruolo sociale dell’abbigliamento
di Marco Pedroni

I lettori di Harry Potter ricorderanno che nella scuola di magia di Hogwarts, all’inizio di ogni anno scolastico, i nuovi studenti devono sottoporsi a un rito: un Cappello Parlante viene posto sopra la loro testa e stabilisce a quale delle quattro case di Hogwarts ogni piccolo mago apparterrà. Il cappello, il cui giudizio è inappellabile, legge nella testa e nel cuore degli allievi quale virtù prevale sulle altre: il coraggio di Grifondoro, l’astuzia di Serperverde, la lealtà di Tassorosso o l’intelligenza di Corvonero.
Anche la sociologia sa che il cappello non mente. Pur non potendo penetrare nell’animo di chi lo indossa, il copricapo ne rivela con chiarezza spesso sorprendente la posizione sociale, fotografando la sua identità di classe e di genere. Il cappello del nobile non è quello dell’operaio, quello femminile non è nemmeno lontanamente confondibile con un modello maschile. Ma anche i cappelli hanno una storia sociale, e nel tempo possono trovarsi a coronare teste molto diverse tra loro....

Il testo integrale è pubblicato sul catalogo della mostra: www.edizionidipassaggio.it

mercoledì 13 febbraio 2008

Cuore di suino. Nei tortellini

E' da qualche giorno che il maiale tormenta le nostre cronache. Dopo il post sulla 'via suina alla politica italiana', scopriamo che i tortellini al prosciutto contengono meno del 10% di prosciutto. Insieme a carne di suino, grasso di suino, cuori di suino, trippini di suino. Ma non è l'unica sorpresa per chi non legge attentamente le etichette dei prodotti (cioè il 99,9% della popolazione). Ecco il link all'articolo di Jenner Meletti su Repubblica: http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/cronaca/giungla-etichette/giungla-etichette/giungla-etichette.html.

venerdì 8 febbraio 2008

Metafore politiche

La via suina alla politica italiana



Se è vero che "Chi parla male pensa male (e vive male)" (come dice Nanni hotty Moretti); è anche vero che si usa il turpiloquio quando si è privi di altre risorse linguistiche (come mi ricordava bonario il mio Preside craxiano al liceo). Infine, non possiamo dimenticare che "Le parole sono pietre" (Carlo Levi).
Proprio qualche giorno fa, La Repubblica ci ricordava il dramma dell'analfabetismo dei laureati (illetterismo).

E allora che cosa dobbiamo pensare delle parole della politica?
Che cosa dire del linguaggio e delle metafore scelte dal nostro personale politico? Un esempio tra altri: la legge elettorale con cui siamo condannati ad andare a ri-votare è denominata Porcellum visto che il suo estensore, il senatore della Lega Calderoli, l'aveva definito (in un guizzo di sincerità) "una porcata". Lo stesso senatore è anche autore del famoso "Maiale-Day", la camminata con il porcello sul luogo in cui si vuole costruire una moschea.

"Sei un maiale!", costituirà ancora offesa o si configura come definizione tecnica?

PS: che cosa ne penserà "il Mortadella"?".