martedì 22 maggio 2007

Non standard?

Le interviste in profondità, notano Diana e Montesperelli (1), incontrano un crescente successo per tre ordini di ragioni. Cominciamo con le prime due: mirano, weberianamente, alla comprensione degli individui; consentono un'interazione empatica con l'intervistato.
La terza porta con sé un rischio: si ricorre alle tecniche non standard perché più rapide e aperte alla fantasia del ricercatore, e perché permettono di eliminare questionari, campionamento probabilistico, analisi statistiche.
Se si facesse un'inchiesta tra i dottorandi e i giovani ricercatori, forse si scoprirebbe un largo impiego delle tecniche non standard, e in particolare dell'intervista in profondità. La ricerca 'solitaria' non permette, d'altronde, consistenti piani di campionamento e raccolta dati. Ma il non standard non deve diventare una scelta negativa, una rinuncia di fronte all'impossibilità di titaniche imprese quantitative. Per non alimentare le ragioni di chi nel non standard vede un impressionismo sociologico, è fondamentale pensarlo come uno strumento nella 'cassetta degli attrezzi' del ricercatore. A volte infinitamente più utile di una survey. Altre volte no. E, soprattutto, imparare a utilizzare le tecniche non standard in tutta la loro complessità e ricchezza. Le occasioni di formazione non mancano; segnaliamo, a fine maggio, le Giornate non standard di Brescia e, nell'ambito della Scuola estiva sul metodo e la ricerca sociale (Terravecchia, fine agosto-inizio settembre), l'intervento di Montesperelli "Come trarre da un’intervista ermeneutica dati per una matrice".

(1) Paolo Diana, Paolo Montesperelli, Analizzare le interviste ermeneutiche, Roma, Carocci, 2005.

martedì 1 maggio 2007

Anti-americanismi salutari

Negli Stati Uniti d'America, il paese più ricco del mondo, la sanità non funziona. Abbiamo un sistema di ricerca, ospedali, professionisti, tutti di livello eccellente; ma il sistema può essere al massimo definito mediocre. E il problema risiede nel fatto che dal punto vista organizzativo è più al servizio del profitto che dei pazienti.

E' stato più o meno questo l'attacco del prof. David Mechanic, sociologo americano della Rutgers State University of New Jersey. L'occasione era l'apertura del convegno "Scienze Sociali e salute nel XXI secolo: nuove tendenze, vecchi dilemmi?" (Forlì dal 19 - 21 aprile), in occasione del V anniversario della rivista "Salute e società", uno dei luoghi privilegiati della riflessione sociologica sui temi della salute.
Spiazzante l'attacco di Mechanic, ma francamente non nuovo, non originale. Il paradosso della salute in USA (uno dei tanti paradossi, verrebbe da dire) è riconosciuto in ambito accademico, meno sul piano culturale e politico. Ricordare che oltretutto la spesa sanitaria è il doppio di quella italiana (16% del PIL contro l'8%), verrebbe di certo inteso come un maligno artificio anti-americano.

Eppure la crudeltà dei numeri è questa. In Italia si spende meno e si cura di più: quanto meno si curano tutti, quasi tutti, i cittadini.
Perché l'altro elemento che fa scandalo è l'enorme fascia di popolazione esclusa dalle cure sanitarie. 46 milioni di persone, il 18% della popolazione, non possiede un'assicurazione (magari perché l'azienda in cui lavora è di ridotte dimensioni oppure vive un momento di difficoltà economiche). Che cosa resta a questi milioni di americani? Le cure essenziali comunque garantite... eppure, eppure la ricerca ci dice non solo che la qualità delle cure ricevute è bassa, ma che ricevono solo i 2/3 delle cure dovute (lo ricordava sempre Mechanic).
Le cause, secondo Mechanic sono da ricercare nell'etica capitalistica (né più né meno): nel fatto che essa influenzi anche il mercato della salute. Cioè l'attuale situazione è dovuta al fatto che sono stati gli economisti a riformare il sistema sanitario. E il mercato sanitario è un mercato sui generis, in cui non vale il principio del consumatore razionale, se mai vale in qualche contesto (ma questo lo aggiungo io).
Non si può poi dimenticare il ruolo dell'industria farmaceutica, i margini di profitto della quale superano di gran lunga qualsiasi altra azienda in USA. Le multinazionali del farmaco spendono una quota molto superiore in marketing piuttosto che in ricerca. Spendono tantissimo in pubblicità e per i propri rappresentanti (gli informatori medico-scientifici).
Dal punto di vista del sociologo quindi sorgono legittimi dubbi sulla natura delle ricerche che esse finanziano o sugli studi che fanno pubblicare. Per es. non vengono mai eseguiti studi post-market (dopo la diffusione di un farmaco): per questo i danni alla salute si conoscono solo nel tempo, quando le persone hanno assunto per lunghi periodi di tempo un farmaco.
A questo proposito bisognerebbe ricordare il mai abbastanza citato Robert K. Merton, che legava i concetti di democrazia e libertà della ricerca.
Le conseguenze sociali in senso più largo? Il crollo della fiducia nella classe medica (dal 1966 al 2002 dal 73% al 33%), come i politici, i magistrati, l'esercito, le università.
L'esito paradossale? Oggi molti sono insoddisfatti del sistema sanitario, vorrebbero cambiarlo, ma sono come paralizzati: continua infatti l'enorme pressione delle lobby che desiderano che tutto rimanga così. E di fronte all'ignoto, dopo il fallimento del tentativo di riforma Clinton (aggiungo io), si preferisce lasciare tutto com'è, per timore che le cose peggiorino ancora.

Una riflessione finale: Massachusetts e California stanno cercando di fare riforme per avere sistemi sanitari universalistici. Vedremo: già il governatore Schwarzenegger ci ha stupito facendo una cosa molto anti-americana: in contrasto con il presidente George W. Bush, ha applicato il Protocollo di Kyoto allo Stato più ricco della Confederazione.
Oggi la situazione della salute conferma però una delle tendenze più rilevanti della moderna globalizzazione: quella della polarizzazione, tra gli Stati e dentro gli Stati (come ci ricorda Saskia Sassen).

martedì 24 aprile 2007

B come Bové. E come Bourdieu


Elezioni presidenziali francesi. Nella sfida Royal-Sarkozy, resa più avvincente dal terzo incomodo Bayrou e dall'inossidabile Le Pen, un piccolo esercito di candidati minori si contende una quota non marginale di voti. Così, al primo turno, tra lo 0.3% di Schivardi e il 4.1 di Besancenot, spiccano i baffoni di José Bové, candidato del sindacato Confederazione Contadina.

Bové, Bové... dove ho già sentito questo nome? Me lo ricorda l'antropologa Deborah Reed-Danahay in Relocating Bourdieu (Indiana Univ. Press, 2005): "Bourdieu supported the controversial pesant-hero José Bové, who led French farmers to attack a McDonald's Restaurant" (p. 163-4). Già, un assalto con tanto di trattore, nel 1999.

Ecco dunque che al documentario "La sociologie est un sport de combat" si aggiunge un'altra occasione per conoscere Bourdieu tramite video : Bourdieu parla di Bové. Se Bourdieu definisce il fenomeno Bové come "un miracolo", Bové replica descrivendo il sociologo come un uomo che "à travers sa réflexion, ses ouvrages, il a mis en lumière la réalité de la société, et comme c’était un homme engagé, cette réalité lui était insupportable ", ce qui l’a " amené à prendre position et à être dans le débat. En ce sens, c’est une figure très importante du XXe siècle " (puoi approfondire qui).

giovedì 19 aprile 2007

Cacciatori di tendenze

Il ruolo dei coolhunter nel circuito produzione-consumo*

Il termine coolhunting nasce negli anni ’90 per identificare l’attività di ricerca di tendenze all’interno dei mondi del consumo giovanile. La «caccia di tendenze» viene nobilitata come attività professionale da un articolo di Gladwell su The New Yorker, mentre è con No Logo di Naomi Klein che il coolhunting diventa una tema familiare ad un più vasto pubblico.
Il coolhunter svolge un lavoro di ricerca (anzi, letteralmente di «caccia») di ciò che è considerato cool nelle subculture giovanili, attraverso l’osservazione dei trend che si sviluppano nella fascia d’età compresa tra i 12 e 24 anni. Le aree di osservazione spaziano dall’abbigliamento alla musica ai prodotti tecnologici, coinvolgendo tutte le manifestazioni della pop culture, in particolar modo quelle legate agli stili di strada. Una visione romantica e stereotipata vuole che il coolhunter sia un giovane, necessariamente cool, che percorre con taccuino e fotocamera digitale le città e i luoghi frequentati dalle subculture, traendone una sorta di materiale etnografico sulla base del quale pubblicitari e responsabili di marketing possano ridisegnare l’offerta e la comunicazione dei propri prodotti.
Il coolhunting è in realtà un fenomeno tutt’altro che trascurabile, e si presta a differenti chiavi di lettura. Se, nella prospettiva delle strategie aziendali, esso rappresenta la nuova frontiera di un marketing che cerca di anticipare il consumatore piuttosto che seguirlo, da un punto di vista culturale è uno dei sintomi più evidenti della commercializzazione della cultura giovanile.
La sostituzione dell’età alla classe come variabile che dà prestigio all’innovatore di moda ha rovesciato il classico modello trickle-down di diffusione della moda nel suo opposto, ovvero un modello trickle-up in cui è la strada a dettare gli stili. Ecco allora che il coolhunter, incaricato di scovare le tendenze che si annidano lontano dalle passerelle, si trova a svolgere un ruolo cruciale nel circuito produzione-consumo. Il suo lavoro di scoperta delle tendenze alla fonte permette alle aziende di influenzare il loro movimento, e contemporaneamente determina un’accelerazione senza precedenti di tempi di ideazione e produzione, nonché dei cicli della moda.
Il coolhunting costituisce un interessante modello della diffusione di innovazioni, cui è possibile applicare il paradigma in 5 stadi formulato nell’ambito degli studi rurali di Ryan e Gross: lo stile cool è adottato da pochi «innovatori», i quali contagiano un ristretto gruppo di «adottatori precoci»; da qui la tendenza si diffonde prima ad una «maggioranza precoce» e poi ad una «maggioranza tardiva» di consumatori, finché si rompono anche le resistenze dei «tradizionali». Le aziende di moda possono intervenire nel ciclo della tendenza accelerando i passaggi e la velocità del contagio, delegando ai coolhunter il compito di osservare l’evolversi degli stili degli «innovatori».Infine, il mestiere del coolhunter può essere interpretato alla luce della teoria della violenza simbolica, espressione utilizzata da Bourdieu per indicare una forma di violenza dolce, quasi invisibile, che si esercita attraverso le forme puramente simboliche della comunicazione e della conoscenza. Se anche è vero che il cool non può essere prodotto, ma solo osservato (come sostiene Gladwell), è ancor più vero che l’intervento della macchina del marketing si appropria dello stile emergente, «bruciandone» l’autenticità in brevissimo tempo. Mediante la violenza simbolica alcuni significati si impongono come legittimi, dissimulando le relazioni di forza di cui in realtà sono espressione. Il mito della moda nata dalla strada nasconde così un duplice rapporto non paritario: da una parte quello tra produttori (che si appropriano delle tendenze attraverso i coolhunter) e subculture espropriate del proprio stile; dall’altra quello tra produttori e consumatori (che offrono la propria spontanea adesione all’immagine di coolness creata e venduta dalle aziende).
* Il paper è stato presentato al Convegno Internazionale "Moda e stratificazione sociale" (Milano, Università Cattolica, 11 maggio 2007) nella sessione cool.

martedì 3 aprile 2007

Etnografia del consenso (dis)informato

La natura del rapporto tra medico e paziente continua a conservare una dimensione magica fondata sull’inevitabile disparità di conoscenza tra i due soggetti. Da una parte abbiamo il dottore-guaritore, depositario di un sapere medico che gli permette di prendere decisioni sul «rimedio» più indicato; dall’altra, il paziente, in buona misura privo di strumenti per capire se la «magia» che gli sta per essere applicata è quella giusta o meno. In una qualsiasi operazione, anche ambulatoriale, ad unire questi due poli della relazione magica compare il cosiddetto consenso informato, un foglio che il paziente firma per dichiarare la sua completa conoscenza della natura dell’intervento cui sta per essere sottoposto, con i relativi rischi.
Ma questo consenso è davvero informato? Credo sarebbe interessante trasformare questa domanda in un piano di ricerca più articolato che vada a verificare quanto i pazienti sanno rispetto all’operazione che li aspetta, da dove hanno appreso le informazioni, in che modo hanno discusso col medico dei rischi legati all’intervento. Curiosità che ho maturato nel corso di una (involontaria) osservazione dissimulata in un gruppo di persone sottoposte ad un intervento di «cheratectomia laser ad eccimeri», ovvero l’ormai routinaria operazione di correzione della miopia attraverso il laser.

Il giorno dell’intervento, gli operandi vengono convocati tutti alla stessa ora in un ospedale pubblico specializzato in questo tipo di operazione oculistica. L’ordine d’arrivo determina l’ordine degli interventi. Tra l’ora di convocazione e l’arrivo dello specialista passano due ore, uno spazio di «attesa magica» del guaritore. Tempo parzialmente speso con una giovane dottoressa-apprendista in visite preliminari, «riti di preparazione» con l’obiettivo di valutare la stabilità della miopia rispetto all’ultima visita ed eventuali fattori di rischio che possano sconsigliare l’esecuzione del trattamento laser. Ma nelle due ore si consuma anche il «rito del consenso informato». Un’infermiera distribuisce fotocopie sbiadite al limite dell’illeggibilità; gli 8 operandi devono compilarlo e firmarlo in duplice copia, una per il medico e una per il paziente. Ne nasce una situazione curiosa: solo un paio di operandi sembrano dedicare qualche minuto alla lettura del foglio, e addirittura una di essi (donna, sulla cinquantina) rimbrotta un ragazzo (sulla ventina) che esita a firmare e si prolunga nella lettura. «Guarda che tanto lo devi firmare comunque, se no il dottore non ti opera».
Ma cosa stanno firmando questi operandi? Estrapolo dal documento: «Io sottoscritto… in pieno possesso delle mie facoltà mentali, acconsento a sottopormi all’intervento di chirurgia rifrattiva mediante laser ad eccimeri, dopo essere stato edotto delle caratteristiche dell’intervento ed aver attentamente valutato, in conformità a quanto ampiamente illustrato e riassunto in uno specifico memorandum da me sottoscritto per presa visione (ed allegato al presente consenso informato), i possibili vantaggi così come gli eventuali rischi generici e specifici dell’intervento stesso». Segue dichiarazione di essere a conoscenza di un elenco di possibili rischi. E si continua: «Dichiaro che mi è stata data la possibilità di porre domande riguardo alle problematiche relative a quest’intervento, ricevendo dal medico risposte precise, chiare ed esaurienti». Eccetera eccetera.
Tento una verifica conversando con il giovane operando. Al consenso informato non è allegato nessun memorandum, che quindi non può essere visionato e tanto meno sottoscritto. Quali rischi conosce? Nessuno, in realtà: il medico gli ha detto che ormai è un’operazione di routine. Tutt’al più, un po’ di fastidio nei giorni seguenti. Ma il ragazzo non ha chiesto qualcosa di più? Sì, ha chiesto vantaggi e rischi dell’operazione; il medico gli ha mostrato il modellino in plastica di un occhio, ha spiegato che il laser brucia quello strato di tessuto oculare che impedisce la corretta messa a fuoco; non si è sentito di chiedere di più, aveva l’impressione di essere un malfidente che non crede nell’abilità (il «potere magico») dello specialista. Ma allora come ha deciso di affrontare un’operazione che molti sconsigliano? Racconti di amici che l’hanno fatta e si sono trovati bene; racconti di persone conosciute nella sala d’aspetto dello studio oculistico dove l’operando è stato visitato un paio di volte; racconti che proseguono davanti all’ambulatorio, mentre il medico si fa attendere. Qualcuno si opera per la seconda volta: una «correzione». L’operando non sapeva dell’eventualità che l’intervento non corregga completamente la miopia. Qualcuno dice che dopo l’operazione, in ogni caso, non si possono portare più le lenti a contatto. Sarà vero? Il ragazzo non lo sa.
Non vado oltre, l’elenco sarebbe lungo. L’impressione è che la maggior parte delle informazioni venga raccolta in modo informale da altri operati o operandi con cui ci si trova a condividere gli spazi di una sala d’attesa o di un ambulatorio. Ma il bello deve ancora venire: quando l’oculista arriva, un’operanda (donna, sui 40 anni) viene privatamente convocata nella sala dove si svolgerà l’intervento. La porta chiusa non basta a mantenere la privacy sulla discussione, che poi prosegue all’esterno della sala. La donna ha uno spessore della cornea che non la mette sufficientemente al riparo dai rischi dell’operazione. «Si può operare o meno, con qualche lieve rischio. Veda lei, signora». (Il verbo vedere, in questo contesto, è quanto mai ironico). La donna, il cui livello di informazione sarà verosimilmente uguale a quello degli altri operandi, viene messa nella condizione di dover decidere su una questione di cui non sa molto. Accetterà di sottoporsi alla magia?

giovedì 22 marzo 2007

"Ciao, come stai?" Metafisica della salute

Non bisogna essere Goffman per sapere quanto sia difficile rispondere, non banalmente, alla semplice domanda con cui siamo soliti salutarci (salutare: verbo o aggettivo?). E non solo in Italia (How are you? Wie geht's? ça va? Ma ci sono almeno 425 modi per "salutarsi").
Non bisogna essere Almodovar per sapere che si tratta di una domanda metafisica*, al fondo. (*rispondeva così a chi gli faceva una domanda sull'amore eterno).
Eppure all'Istat hanno proprio questo problema. E ce l'hanno tutti coloro che vogliano interessarsi delle condizioni di salute della popolazione di un paese.
Demografi, statistici e, da buoni ultimi, i sociologi si interrogano da tempo su come si possa stabilire se una popolazione sia sana o malata (dal nostro punto di vista, si tratta di un continuum: non è che la salute inizia dove finisce la malattia e viceversa... troppo semplice, così).
Uno dei modi più semplici è... chiederlo. Ed è proprio ciò che fa periodicamente l'Istat. Ma fa anche altro, cerca di valutare ("oggettivamente", attraverso indici) anche lo stato reale di salute.
Nell'ultima pubblicazione uscita in tal senso, si leggono cose molto interessanti.
Dai cluster regionali (qui un PDF sintetico) della salute si scopre innanzitutto che in Italia ci sono enormi differenze (al Sud si sta peggio: non è una novità, ma continua a essere una sconfitta del sistema).
Ma è sulla percezione della salute che troviamo le più diverse interpretazioni. Esiste una grande differenza tra "salute percepita" e "salute fisica" (indice ottenuto da 12 domande sulle funzioni fisiche). Al Nord si sta meglio di quanto non si creda e al Sud si sta molto peggio di quanto non se ne sia consapevoli.
Ora, non è facile trarre conclusioni, ma alcune ipotesi di studio possono essere accennate (sulle questioni metodologiche, per ora sorvoliamo).
Se stiamo meglio di quanto crediamo, allora forse le campagne salutistiche o le preoccupazioni di varia natura influiscono in maniera decisiva sulle rappresentazioni sociali.
Se stiamo peggio di quanto non dicano le misurazioni, allora forse esiste un margine, una riserva nascosta che ci fa sentire comunque bene (nonostante tutto). Troppo semplice pensare che la misurazione sia sbagliata.
Allora è vero quello che dicono al Sud ("Qui si sta bene, abbiamo tutto... manca solo il lavoro")?
Non possiamo dirlo, se non cadendo in vieti stereotipi. Ma se Milano (città più ricca d'Italia) in cinque anni crolla nelle classifiche sulla sicurezza (dal 46' al 102' posto, come ci ricorda il sociologo Ilvo Diamanti), allora forse i milanesi alla domanda fatidica non potranno rispondere "tutto bene, grazie", senza sentirsi un po' ridicoli.