venerdì 7 settembre 2007

Il musulmano immaginato e la moschea di Magenta

Il musulmano immaginato: il caso del conflitto per la moschea di Magenta attraverso la sua rappresentazione mediatica
di Michele Marzulli e Marco Pedroni
Urbino, 14 settembre 2007
Congresso Nazionale AIS - Sezione di Sociologia della religione



Obiettivo del paper è analizzare, attraverso uno studio di caso, i problemi posti dall’insediamento di una comunità di nazionalità prevalentemente pakistana e religione musulmana in un piccolo-medio centro italiano.
Il caso analizzato è quello della cosiddetta moschea di Magenta, cittadina dell’Ovest Milano e del conflitto nato attorno alla sua presenza nell’autunno del 2006.
Il conflitto vede protagonista la comunità pakistana di Magenta e l’amministrazione comunale in seguito all’apertura di un centro culturale islamico in città.
Nel paper viene ricostruito il campo delle forze in conflitto (comunità pakistana, residenti del quartiere, mezzi di informazione locale, opinione pubblica locale, amministrazione comunale, comitato di sostegno alla comunità pakistana); viene individuata la complessità della posta in gioco (che non è solo la possibilità di riunirsi in preghiera, ma la possibilità stessa di un’affermazione identitaria attraverso la creazione di uno spazio fisico e simbolico di riunione); viene analizzata la rappresentazione del conflitto nei media locali, nei quali traspaiono i motivi di preoccupazione dei magentini per la presenza pakistana e la «magia sociale», di cui parla Bourdieu, che deforma i termini reali del conflitto (di natura amministrativo col Comune; di natura culturale con la popolazione locale).

L’interesse della vicenda risiede nella costruzione simbolica di uno scontro in cui la moschea, luogo di «visibilizzazione» dell’islam nel territorio e luogo di produzione simbolica di importanti elementi della cultura originaria dell’individuo e pertanto segno esteriore di una presenza che non si vuole più temporanea, moltiplica nella rappresentazione collettiva i pakistani di Magenta in una moltitudine agguerrita e pericolosa.

Violenza simbolica

La teoria della violenza simbolica in P. Bourdieu
di Marco Pedroni
Urbino, 13 settembre 2007 - Forum AIS Giovani

Il pensiero di Pierre Bourdieu è solitamente associato alle nozioni di habitus, capitale e campo. Meno nota, invece, è la sua teoria della violenza simbolica, espressione con cui Bourdieu indica una forma di violenza invisibile attraverso la quale alcuni significati vengono imposti come legittimi, dissimulando i rapporti di forza di cui in realtà sono espressione.
La teoria della violenza simbolica prende corpo con gli studi di Bourdieu sulla società cabila (Sociologie de l’Algérie, Le Déracinement) e sul sistema scolastico (La Reproduction, Les Héritiers) e attraversa i suoi scritti principali (Esquisse d’une théorie de la pratique, Raisons pratiques, Méditations pascaliennes) fino a La domination masculine, dove riceve un’ampia trattazione in relazione al rapporto di dominazione dell’uomo sulla donna.
Il termine «simbolico» è fortemente presente nel vocabolario della sociologia francese classica, in particolare nei lavori di Mauss (Essai sur le don), che nell’analizzare la reciprocità del dono mostra gli effetti sociali della funzione simbolica, e di Durkheim (Les formes élémentaires de la vie religieuse), che interpreta le credenze e i riti totemici in modo non letterale, ma simbolico. I fenomeni simbolici sono oggettivi, tanto da costituire la base per la creazione di una comunità.
La violenza simbolica, che si esercita con il consenso di chi la subisce, presuppone una visione già propria di Marx e Weber: i rapporti di senso si fondano su rapporti di forza, che si definiscono nella competizione tra attori sociali e gruppi in lotta per le posizioni dominanti. Ma Bourdieu supera la riduzione marxista della cultura a sovrastruttura proprio attraverso Weber, da cui mutua un’idea di simbolico come forma di valore non riducibile al solo valore economico, ma legata all’attività cognitiva (l’attribuzione di senso).

Nella letteratura sociologica la nozione è stata spesso impiegata come semplice contrario di una violenza fisica o di una violenza reale. Le critiche mosse a Bourdieu riguardano in particolar modo: la natura eminentemente concettuale della violenza simbolica, che ne rende difficoltosa una precisa delimitazione; la sua dipendenza dalle categorie del pensiero economico; il privilegio epistemologico che Bourdieu accorda al sociologo, il cui lavoro critico deve mostrare agli agenti sociali la via per liberarsi dalla morsa del dominio simbolico.

Il minor successo del concetto nel panorama italiano può essere ricondotto al fatto che la violenza simbolica richiama, più di altri temi, il problema del rapporto tra dominati e dominanti, acutizzando le frequenti accuse di marxismo e strutturalismo rivolte a Bourdieu. La tesi che si intende sostenere è che, in realtà, il dualismo tra dominati e dominanti è letto dall’autore in stretta relazione con la dimensione simbolica: Bourdieu si sottrae tanto alla concezione neokantiana dei sistemi simbolici come strumenti di conoscenza e costruzione del mondo oggettivo (strutture strutturanti), quanto all’analisi strutturale che li tratta come mezzi di comunicazione (strutture strutturate), ma anche al marxismo che in essi vede strumenti di dominio funzionali agli interessi della classe dominante. Le tre tradizioni sembrano anzi trovare un punto d’incontro nella dimensione del potere simbolico (Language et pouvoir symbolique).
Più convincente è invece la critica che vede nella violenza simbolica una teoria delimitata senza sufficiente precisione e difficile da operativizzare empiricamente. Per la sociologia essa rimane una teoria dal forte potere euristico, capace di offrire un modello di spiegazione adatto a tutti i campi dell’attività umana, nei quali si vengono sempre a determinare regole specifiche di azione, una posta in gioco e competizioni per il controllo del campo. La sfida, assolutamente aperta, consiste nell’individuare delle linee guida per applicare la teoria della violenza simbolica a oggetti di analisi più specifici.

martedì 26 giugno 2007

Cittadinanza e immigrazione

Vivace ed interessante dibattito all'Università Cattolica di Milano, giovedì 14 giugno 2007, in occasione dell’uscita di Cittadinanze. Appartenenza e diritti nella società dell’immigrazione, di Laura Zanfrini (Laterza).
L’immigrazione provoca una rivisitazione del concetto di cittadinanza. Vincenzo Cesareo (Segretario Generale Fondazione Ismu) ha ricordato come oggi venga enfatizzato il discorso sui diritti, ma meno quello sui doveri, col conseguente rischio di svuotare l’idea di cittadinanza, che implica gli uni e gli altri.
L'immigrazione rappresenta, ci ricorda Bruno Montanari (ordinario di Filosofia del diritto, Univ. di Catania), un fenomeno di forte transnazionalità, come lo fu nell'800 la classe operaia.
Spesso sul tema dell’immigrazione si finisce per sentire solo le campane più estreme, quelle che nascono dalle polemiche; il libro di Zanfrini, secondo Andrea Bixio (ordinario di Sociologia, La Sapienza) è invece equilibrato. La cittadinanza pone diversi ordini di problemi:
1. ambivalenza: è nello stesso tempo un processo di inclusione ed esclusione;
2. rapporto tra cittadinanza e straniero
3. rapporto tra cittadinanza e persona: la cittadinanza fondamentale non è più quella politica, ma quella che si fonda sulla persona
4. dialettica tra diritti politici e diritti sociali
5. rapporto tra cittadinanza politica e cittadinanza religiosa: è questo ciò che oggi crea problemi (le pratiche connesse alla religione); i musulmani non chiedono la laicità settecentesca, ma il riconoscimento positivo dell’esercizio del loro culto
6. rapporto tra cittadinanza e sudditanza: oggi è diventata centrale la cittadinanza economica globale, di cui la cittadinanza politica è un sottoprodotto

Marco Demarie (direttore della Fondazione Giovanni Agnelli, Torino) vede nel lavoro di Zanfrini un testo utile per chi studia l’immigrazione dal punto di vista empirico. L'empiricità è tratto fondamentale degli studi su questo tema, purché il caso locale non venga elevato a paradigma generale. In Zanfrini manca però la riflessione sulla domanda di cittadinanza: l’autrice si concentra solo sul lato dell'offerta, secondo Demarie. Inoltre, il colpevole di tutto pare essere lo Stato-nazione: serve invece una visione meno identitaria e più funzionale della cittadinanza. Per gli immigrati, infatti, la cittadinanza non è un valore, ma uno strumento per fruire di diritti, utile a fini pratici.

martedì 22 maggio 2007

Non standard?

Le interviste in profondità, notano Diana e Montesperelli (1), incontrano un crescente successo per tre ordini di ragioni. Cominciamo con le prime due: mirano, weberianamente, alla comprensione degli individui; consentono un'interazione empatica con l'intervistato.
La terza porta con sé un rischio: si ricorre alle tecniche non standard perché più rapide e aperte alla fantasia del ricercatore, e perché permettono di eliminare questionari, campionamento probabilistico, analisi statistiche.
Se si facesse un'inchiesta tra i dottorandi e i giovani ricercatori, forse si scoprirebbe un largo impiego delle tecniche non standard, e in particolare dell'intervista in profondità. La ricerca 'solitaria' non permette, d'altronde, consistenti piani di campionamento e raccolta dati. Ma il non standard non deve diventare una scelta negativa, una rinuncia di fronte all'impossibilità di titaniche imprese quantitative. Per non alimentare le ragioni di chi nel non standard vede un impressionismo sociologico, è fondamentale pensarlo come uno strumento nella 'cassetta degli attrezzi' del ricercatore. A volte infinitamente più utile di una survey. Altre volte no. E, soprattutto, imparare a utilizzare le tecniche non standard in tutta la loro complessità e ricchezza. Le occasioni di formazione non mancano; segnaliamo, a fine maggio, le Giornate non standard di Brescia e, nell'ambito della Scuola estiva sul metodo e la ricerca sociale (Terravecchia, fine agosto-inizio settembre), l'intervento di Montesperelli "Come trarre da un’intervista ermeneutica dati per una matrice".

(1) Paolo Diana, Paolo Montesperelli, Analizzare le interviste ermeneutiche, Roma, Carocci, 2005.

martedì 1 maggio 2007

Anti-americanismi salutari

Negli Stati Uniti d'America, il paese più ricco del mondo, la sanità non funziona. Abbiamo un sistema di ricerca, ospedali, professionisti, tutti di livello eccellente; ma il sistema può essere al massimo definito mediocre. E il problema risiede nel fatto che dal punto vista organizzativo è più al servizio del profitto che dei pazienti.

E' stato più o meno questo l'attacco del prof. David Mechanic, sociologo americano della Rutgers State University of New Jersey. L'occasione era l'apertura del convegno "Scienze Sociali e salute nel XXI secolo: nuove tendenze, vecchi dilemmi?" (Forlì dal 19 - 21 aprile), in occasione del V anniversario della rivista "Salute e società", uno dei luoghi privilegiati della riflessione sociologica sui temi della salute.
Spiazzante l'attacco di Mechanic, ma francamente non nuovo, non originale. Il paradosso della salute in USA (uno dei tanti paradossi, verrebbe da dire) è riconosciuto in ambito accademico, meno sul piano culturale e politico. Ricordare che oltretutto la spesa sanitaria è il doppio di quella italiana (16% del PIL contro l'8%), verrebbe di certo inteso come un maligno artificio anti-americano.

Eppure la crudeltà dei numeri è questa. In Italia si spende meno e si cura di più: quanto meno si curano tutti, quasi tutti, i cittadini.
Perché l'altro elemento che fa scandalo è l'enorme fascia di popolazione esclusa dalle cure sanitarie. 46 milioni di persone, il 18% della popolazione, non possiede un'assicurazione (magari perché l'azienda in cui lavora è di ridotte dimensioni oppure vive un momento di difficoltà economiche). Che cosa resta a questi milioni di americani? Le cure essenziali comunque garantite... eppure, eppure la ricerca ci dice non solo che la qualità delle cure ricevute è bassa, ma che ricevono solo i 2/3 delle cure dovute (lo ricordava sempre Mechanic).
Le cause, secondo Mechanic sono da ricercare nell'etica capitalistica (né più né meno): nel fatto che essa influenzi anche il mercato della salute. Cioè l'attuale situazione è dovuta al fatto che sono stati gli economisti a riformare il sistema sanitario. E il mercato sanitario è un mercato sui generis, in cui non vale il principio del consumatore razionale, se mai vale in qualche contesto (ma questo lo aggiungo io).
Non si può poi dimenticare il ruolo dell'industria farmaceutica, i margini di profitto della quale superano di gran lunga qualsiasi altra azienda in USA. Le multinazionali del farmaco spendono una quota molto superiore in marketing piuttosto che in ricerca. Spendono tantissimo in pubblicità e per i propri rappresentanti (gli informatori medico-scientifici).
Dal punto di vista del sociologo quindi sorgono legittimi dubbi sulla natura delle ricerche che esse finanziano o sugli studi che fanno pubblicare. Per es. non vengono mai eseguiti studi post-market (dopo la diffusione di un farmaco): per questo i danni alla salute si conoscono solo nel tempo, quando le persone hanno assunto per lunghi periodi di tempo un farmaco.
A questo proposito bisognerebbe ricordare il mai abbastanza citato Robert K. Merton, che legava i concetti di democrazia e libertà della ricerca.
Le conseguenze sociali in senso più largo? Il crollo della fiducia nella classe medica (dal 1966 al 2002 dal 73% al 33%), come i politici, i magistrati, l'esercito, le università.
L'esito paradossale? Oggi molti sono insoddisfatti del sistema sanitario, vorrebbero cambiarlo, ma sono come paralizzati: continua infatti l'enorme pressione delle lobby che desiderano che tutto rimanga così. E di fronte all'ignoto, dopo il fallimento del tentativo di riforma Clinton (aggiungo io), si preferisce lasciare tutto com'è, per timore che le cose peggiorino ancora.

Una riflessione finale: Massachusetts e California stanno cercando di fare riforme per avere sistemi sanitari universalistici. Vedremo: già il governatore Schwarzenegger ci ha stupito facendo una cosa molto anti-americana: in contrasto con il presidente George W. Bush, ha applicato il Protocollo di Kyoto allo Stato più ricco della Confederazione.
Oggi la situazione della salute conferma però una delle tendenze più rilevanti della moderna globalizzazione: quella della polarizzazione, tra gli Stati e dentro gli Stati (come ci ricorda Saskia Sassen).